Corpi razzializzati, desiderio plasmato: la pornografia come pedagogia del dominio

Giulia Poletti, in Marea, rivista diretta da Monica Lanfranco, n. 1/2026.

Le immagini oggi sono diventate così estreme che ciò che un tempo era considerato pornografia hardcore è ormai diventato la norma nella pornografia di largo consumo.

Gail Dines

A fare da preambolo al capitolo sette di “Pornland, come la pornografia si è impossessata della nostra sessualità” è un episodio noto al pubblico americano, riguardante il conduttore radiofonico Don Imus. Gail Dines, sociologa e femminista, utilizza questo caso per portare alla luce il paradosso dell’industria pornografica e il suo stretto legame con il razzismo.

Nel 2007, Imus definisce una squadra femminile universitaria, composta da ragazze nere, come “nappy headed hos”, ossia “troie dai capelli afro”. Lo scandalo è immediato e di ampia portata: Imus viene licenziato e il messaggio appare inequivocabile. Un linguaggio esplicitamente sessista e razzista non viene più tollerato nei contesti pubblici. Quello che accade poche settimane dopo però sembra suggerire una realtà ben diversa. Una casa di produzione pornografica utilizza le stesse identiche parole come titolo di un film. Questa volta non c’è nessuno scandalo, nessuna indignazione, solo profitto. Il paradosso, come mostra Dines, risiede proprio qui: il razzismo è condannato se utilizzato nei contesti pubblici espliciti, ma tollerato e anzi monetizzato se diventa pornografia. Tutto ciò che passa attraverso il porno, dal razzismo allo stupro, non viene solo mostrato allo spettatore ma anche normalizzato.

Dunque, l’industria pornografica attua una normalizzazione delle varie forme di violenza. Pratiche, linguaggi e immaginari, che nella vita sociale sarebbero riconosciuti come violenti, degradanti o inaccettabili vengono ripetuti, sessualizzati e consumati fino a sembrare normali, persino desiderabili.

Nel porno, il razzismo non appare come odio, ma come preferenza sessuale. La violenza non appare come violenza, ma come fantasia. Lo stupro non appare come crimine, ma come “scenografia”. Questo processo ha un effetto potentissimo sugli spettatori, perché ciò che viene associato all’eccitazione smette di essere percepito come problema. Se qualcosa è fonte di eccitazione, difficilmente lo si riconosce come violento. In questo senso, la pornografia non riflette semplicemente la società: educa lo sguardo. Insegna cosa è desiderabile, chi è desiderabile e chi può essere usato e abusato. Ed è per questo che il porno riesce a far passare il razzismo e la violenza sessuale come intrattenimento accettabile: li sposta dal piano etico al piano dell’eccitazione, dove la critica si spegne.

Nel porno la differenza razziale non è solo presente, è organizzata in categorie:“Black”, “Asian”, “Latina”, “Interracial”. E già questo è emblematico, perché nei media tradizionali l’uso della parola razza è oggi riconosciuto come problematico: sappiamo che le razze non esistono biologicamente, ma sono costruzioni sociali e storiche. L’industria del porno, invece, si serve del concetto di razza che viene trattata come se fosse un dato naturale, fisso, immediatamente leggibile sul corpo. Ciò che nei media tradizionali sarebbe inaccettabile — usare la razza per definire una persona — qui diventa il principio stesso dell’eccitazione. La differenza razziale viene trasformata in marchio, in genere pornografico, e soprattutto in preferenza sessuale. Il razzismo, quindi, non sparisce: viene sessualizzato. E proprio perché è sessualizzato, smette di sembrare razzismo.

Uno dei luoghi, virtuali e non, in cui il razzismo sessualizzato appare in modo più evidente è il porno interrazziale. Il termine “interrazziale” suggerisce un incontro tra differenze, ma in realtà nell’industria pornografica, nasconde una struttura molto rigida e ripetitiva. Nella stragrande maggioranza dei casi, questo genere mette in scena uomini neri e donne bianche. Non si tratta di varietà o inclusione, ma di una fantasia costruita intorno al conflitto razziale. Gli uomini neri vengono rappresentati come iper-mascolini, dominanti, ridotti a una forza sessuale incontrollabile. Le donne bianche, al contrario, vengono messe in scena come oggetti di trasgressione, come corpi da “sporcare” o da profanare. Il piacere non nasce dall’incontro, ma dalla violazione simbolica: della femminilità bianca e, allo stesso tempo, dal rafforzamento dello stereotipo dell’uomo nero come minaccia sessuale. È importante sottolineare che questo genere, come tanti altri del porno, è pensato soprattutto per un pubblico maschile bianco. Attraverso queste immagini, il porno riattiva paure e fantasie razziali storiche e le rende consumabili, eccitanti, apparentemente innocue. Il porno interrazziale non favorisce un incontro tra le differenze, anzi ricicla un conflitto razziale storico, lo sessualizza e lo rende fruibile al pubblico.

Un’altra analisi che merita attenzione riguarda la rappresentazione delle donne di colore nel porno. Quello che emerge non è solo sessismo, ma una violenza più complessa, perché razza e genere agiscono insieme. Le donne nere e le donne asiatiche non vengono semplicemente sessualizzate in quanto donne, ma anche razzializzate. Il loro corpo non è mai solo un corpo femminile, ma un corpo carico di significati storici e coloniali. Le donne nere sono quasi sempre raffigurate come aggressive, volgari e sessualmente eccessive. Questa immagine non nasce dal porno: è uno stereotipo antico, che giustifica l’idea che debbano essere controllate, corrette, punite.

Nel porno però questa “punizione” prende la forma di sesso violento, umiliante, presentato come qualcosa che ristabilisce l’ordine. Le donne asiatiche, al contrario, sono rappresentate come docili, infantili, obbedienti. Vengono mostrate al pubblico come se la sottomissione fosse una caratteristica insita nella loro natura, incapaci di dire di no, spesso persino private di una piena adultità. Non si tratta di fantasia innocua, ma della riproduzione di immaginari coloniali ben precisi. Il concetto di “razza” entra in gioco qui come giustificazione della violenza: disumanizza le donne e le rende più “sfruttabili”. L’intersezione di razza e genere nelle donne di colore, la doppia subordinazione che subiscono, le rende centrali nell’economia del porno più estremo, ossia del porno gonzo.

Nel saggio “‘Black Pole’ and ‘Asian Hole’: Language Ideologies in Interracial Gay Porn”, Liang Cao analizza come anche il linguaggio utilizzato nella pornografia gay interrazziale produca e rafforzi ideologie razziali, sessualizzate e disumanizzanti. L’attenzione non è rivolta agli atti sessuali in sé, ma alle etichette linguistiche, ai titoli, ai dialoghi e alle categorie razziali che strutturano l’immaginario pornografico. Le espressioni “Black Pole” e “Asian Hole” non sono innocue né puramente descrittive: sessualizzano il corpo razzializzato riducendolo a funzione (penetrante vs ricettiva), e lo inseriscono in una gerarchia erotica che riproduce rapporti di potere storici e coloniali. Il linguaggio pornografico naturalizza stereotipi razziali (iper-mascolinità nera/passività asiatica). La razza viene dunque resa leggibile come fonte di eccitazione e perversione sessuale (fetish) attraverso ruoli sessuali rigidi.

Il porno funziona come dispositivo culturale, non solo come intrattenimento: educa il desiderio e ne delimita i confini. Anche nel contesto gay, spesso pensato come “trasgressivo”, operano logiche normative e razzializzanti. Come spiegava Pierre Bourdieu nel 1988 in “La parola e il Potere, Linguaggio e potere simbolico”, il linguaggio esprime ed esercita un enorme potere, che è simbolico di strutturazione della realtà. Le parole mettono in scena le questioni sociali e in ultima istanza le legittimano. L’autorità simbolica assieme al riconoscimento sociale è la chiave della sua valenza simbolica. Quello che accade nella pornografia tramite il linguaggio è proprio la costruzione di una realtà sessista e razzista che è legittimata dalle parole stesse che in altre realtà verrebbero condannate.

La violenza simbolica qui non viene meno alla violenza fisica, ma agiscono simultaneamente per giustificare una forma di dominio che non viene percepita come forma di violenza, in quanto interiorizzata, anche da chi la subisce (almeno all’apparenza). La pornografia trasforma la violenza simbolica in desiderio.

Il porno non può essere considerato un mero spazio di rappresentazione sessuale, né tantomeno un terreno di fantasie private innocue. Come mostra chiaramente Jennifer C. Nash, giurista e studiosa di razza, genere e sessualità, la pornografia è un dispositivo culturale profondamente intrecciato alle storie della dominazione razziale e sessuale. Nel suo saggio, Nash analizza come le immagini pornografiche non si limitino a riflettere desideri individuali, ma contribuiscano attivamente alla produzione e alla normalizzazione di fantasie, rese collettive, in cui il corpo razzializzato è plasmato come disponibile, consumabile e gerarchicamente inferiore. In questo senso, la pornografia funziona come una tecnologia simbolica che sessualizza il razzismo, rendendolo invisibile proprio nel momento in cui lo rende desiderabile.

Essere contro la pornografia, allora, non significa adottare una posizione moralistica, ma riconoscere il suo ruolo strutturale nel mantenere un potere simbolico in cui violenza, disuguaglianza e supremazia — di genere e di razza — vengono tradotte in intrattenimento. È qui che la critica diventa necessaria: non per censurare il desiderio, ma per smascherare chi rende queste dinamiche di potere legittime e rende il dominio desiderabile. I fantasmi della storia – schiavitù, colonialismo, supremazia bianca – sopravvivono tramite la loro sessualizzazione. È in questa sessualizzazione del passato che il potere trova una delle sue forme più efficaci di continuità e smette di apparire come forma di oppressione presentandosi come scelta, fantasia, intrattenimento.

Fonti

Pierre Bourdieu, La parola e il potere. L’economia degli scambi linguistici, Roma–Bari, Laterza, 1988.

Liang Cao, “‘Black Pole’ and ‘Asian Hole’: Language Ideologies in Interracial Gay Porn”, in Journal of Homosexuality, vol. 70, n. 8, 2023, pp. 1632–1652.

Gail Dines, Pornland. Come il porno si è impossessato della nostra sessualità, traduzione italiana di Ilaria Maccaroni e Giulia Poletti, Roma, Round Robin Editrice, 2023.

Jennifer C. Nash, The Black Body in Ecstasy: Reading Race, Reading Pornography, Durham–London, Duke University Press, 2014.

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