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	<title>razzismo pornografia Archivi - Resistere alla Cultura del Porno</title>
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	<title>razzismo pornografia Archivi - Resistere alla Cultura del Porno</title>
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		<title>Corpi razzializzati, desiderio plasmato: la pornografia come pedagogia del dominio</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2026 17:12:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pornografia]]></category>
		<category><![CDATA[cultura dello stupro]]></category>
		<category><![CDATA[industria del porno]]></category>
		<category><![CDATA[pornografia]]></category>
		<category><![CDATA[pornografia e violenza sulle donne]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo pornografia]]></category>
		<category><![CDATA[violenza maschile sulle donne]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giulia Poletti, in&#160;Marea, rivista diretta da Monica Lanfranco, n. 1/2026. A fare da preambolo al capitolo sette di “Pornland, come la pornografia si è impossessata della nostra sessualità” è un episodio noto al pubblico&#46;&#46;&#46;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.resistereallaculturadelporno.resistenzafemminista.it/2026/04/21/corpi-razzializzati-desiderio-plasmato-la-pornografia-come-pedagogia-del-dominio/" data-wpel-link="internal">Corpi razzializzati, desiderio plasmato: la pornografia come pedagogia del dominio</a> proviene da <a href="https://www.resistereallaculturadelporno.resistenzafemminista.it" data-wpel-link="internal">Resistere alla Cultura del Porno</a>.</p>
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<p><em>Giulia Poletti, in&nbsp;<em>Marea</em>, rivista diretta da Monica Lanfranco, n. 1/2026.</em></p>



<div class="wp-block-cover wp-duotone-unset-1"><span aria-hidden="true" class="wp-block-cover__background has-background-dim"></span><img decoding="async" class="wp-block-cover__image-background wp-image-505" alt="" src="https://www.resistereallaculturadelporno.resistenzafemminista.it/wp-content/uploads/2026/04/ChatGPT-Image-21-apr-2026-18_59_41-819x1024.png" data-object-fit="cover"/><div class="wp-block-cover__inner-container is-layout-flow wp-block-cover-is-layout-flow">
<blockquote class="wp-block-quote is-style-plain is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="has-text-align-center has-large-font-size"><em>Le immagini oggi sono diventate così estreme che ciò che un tempo era considerato pornografia hardcore è ormai diventato la norma nella pornografia di largo consumo</em>.</p>
<cite>Gail Dines</cite></blockquote>
</div></div>



<div class="wp-block-group"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-constrained wp-block-group-is-layout-constrained">
<div class="wp-block-group"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-constrained wp-block-group-is-layout-constrained">
<p class="has-medium-font-size">A fare da preambolo al capitolo sette di <strong>“Pornland, come la pornografia si è impossessata della nostra sessualità”</strong> è un episodio noto al pubblico americano, riguardante il conduttore radiofonico Don Imus. Gail Dines, sociologa e femminista, utilizza questo caso per portare alla luce il paradosso dell’industria pornografica e il suo stretto legame con il razzismo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Nel <strong>2007</strong>, <strong>Imus definisce una squadra femminile</strong> universitaria, composta da ragazze nere, <strong>come</strong> “nappy headed hos”, ossia <strong>“troie dai capelli afro”</strong>. Lo scandalo è immediato e di ampia portata: Imus <strong>viene licenziato</strong> e il messaggio appare inequivocabile. Un linguaggio esplicitamente sessista e razzista non viene più tollerato nei contesti pubblici. <strong>Quello che accade poche settimane dopo però sembra suggerire una realtà ben diversa</strong>. <strong>Una casa di produzione pornografica utilizza le stesse identiche parole come titolo di un film</strong>. Questa volta<strong> non c’è nessuno scandalo</strong>, nessuna indignazione, solo profitto. Il paradosso, come mostra Dines, risiede proprio qui: <strong>il razzismo è condannato se utilizzato nei contesti pubblici espliciti, ma tollerato e anzi monetizzato se diventa pornografia. </strong>Tutto ciò che passa attraverso il porno, dal razzismo allo stupro, non viene solo mostrato allo spettatore ma anche normalizzato.</p>



<p class="has-medium-font-size">Dunque, l’industria pornografica attua una normalizzazione delle varie forme di violenza. Pratiche, linguaggi e immaginari, che nella vita sociale sarebbero riconosciuti come violenti, degradanti o inaccettabili vengono ripetuti, sessualizzati e consumati fino a sembrare normali, persino desiderabili.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Nel porno, il razzismo non appare come odio, ma come preferenza sessuale.</strong> La violenza non appare come violenza, ma come fantasia. <strong>Lo stupro non appare come crimine, ma come “scenografia”</strong>. Questo processo ha un effetto potentissimo sugli spettatori, perché ciò che viene associato all’eccitazione smette di essere percepito come problema. <strong>Se qualcosa è fonte di eccitazione, difficilmente lo si riconosce come violento</strong>. In questo senso, la pornografia non riflette semplicemente la società: educa lo sguardo. Insegna cosa è desiderabile, chi è desiderabile e chi può essere usato e abusato. Ed è per questo che <strong>il porno riesce a far passare il razzismo e la violenza sessuale come intrattenimento accettabile: li sposta dal piano etico al piano dell’eccitazione, dove la critica si spegne.</strong></p>



<p class="has-medium-font-size">Nel porno la differenza razziale non è solo presente, è organizzata in categorie:“Black”, “Asian”, “Latina”, “Interracial”. E già questo è emblematico, perché nei media tradizionali l’uso della parola razza è oggi riconosciuto come problematico: sappiamo che <strong>le razze non esistono biologicamente, ma sono costruzioni sociali e storiche</strong>. <strong>L’industria del porno, invece, si serve del concetto di razza che viene trattata come se fosse un dato naturale, fisso,</strong> immediatamente leggibile sul corpo. Ciò che nei media tradizionali sarebbe inaccettabile — usare la razza per definire una persona — qui <strong>diventa il principio stesso dell’eccitazione</strong>. La differenza razziale viene trasformata in marchio, in genere pornografico, e soprattutto in preferenza sessuale. Il razzismo, quindi, non sparisce: viene sessualizzato. E proprio perché è sessualizzato, smette di sembrare razzismo.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Uno dei luoghi, virtuali e non, in cui il razzismo sessualizzato appare in modo più evidente è il porno interrazziale</strong>. Il termine “interrazziale” suggerisce un incontro tra differenze, ma in realtà nell’industria pornografica, nasconde una struttura molto rigida e ripetitiva. Nella stragrande maggioranza dei casi, questo genere mette in scena uomini neri e donne bianche. Non si tratta di varietà o inclusione, ma di <strong>una fantasia costruita intorno al conflitto razziale</strong>. Gli uomini neri vengono rappresentati come iper-mascolini, dominanti, ridotti a una forza sessuale incontrollabile. Le donne bianche, al contrario, vengono messe in scena come oggetti di trasgressione, come corpi da “sporcare” o da profanare. Il piacere non nasce dall’incontro, ma dalla violazione simbolica: della femminilità bianca e, allo stesso tempo, dal rafforzamento dello stereotipo dell’uomo nero come minaccia sessuale. È importante sottolineare che questo genere, come tanti altri del porno, è pensato soprattutto per un pubblico maschile bianco. Attraverso queste immagini, il porno riattiva paure e fantasie razziali storiche e le rende consumabili, eccitanti, apparentemente innocue. Il porno interrazziale <strong>non favorisce un incontro tra le differenze, anzi ricicla un conflitto razziale storico</strong>, <strong>lo sessualizza e lo rende fruibile al pubblico</strong>. </p>



<p class="has-medium-font-size">Un’altra analisi che merita attenzione riguarda la rappresentazione delle <strong>donne di colore nel porno</strong>. Quello che <strong>emerge </strong>non è solo sessismo, ma <strong>una violenza più complessa, perché razza e genere agiscono insieme</strong>. Le donne nere e le donne asiatiche non vengono semplicemente <strong>sessualizzate</strong> in quanto donne, ma anche <strong>razzializzate</strong>. Il loro corpo non è mai solo un corpo femminile, ma un corpo carico di significati storici e coloniali. Le <strong>donne nere</strong> sono quasi sempre raffigurate come <strong>aggressive</strong>, <strong>volgari</strong> e <strong>sessualmente</strong> <strong>eccessive</strong>. Questa immagine non nasce dal porno: è uno <strong>stereotipo antico, che giustifica l’idea che debbano essere controllate, corrette, punite.</strong></p>



<p class="has-medium-font-size">Nel porno però questa “<strong>punizione</strong>” prende la forma di <strong>sesso violento</strong>, umiliante, presentato come qualcosa<strong> che ristabilisce l’ordine</strong>. Le <strong>donne asiatiche</strong>, al contrario, sono rappresentate come <strong>docili, infantili, obbedienti</strong>. Vengono mostrate al pubblico come se la sottomissione fosse una caratteristica insita nella loro natura, incapaci di dire di no, spesso persino <strong>private di una piena adultità</strong>. Non si tratta di fantasia innocua, ma della riproduzione di immaginari coloniali ben precisi. <strong>Il concetto di “razza” entra in gioco qui come giustificazione della violenza: disumanizza le donne e le rende più “sfruttabili”</strong>. L’intersezione di razza e genere nelle donne di colore, la doppia subordinazione che subiscono, le rende centrali nell’economia del porno più estremo, ossia del porno gonzo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Nel saggio “‘Black Pole’ and ‘Asian Hole’: Language Ideologies in Interracial Gay Porn”, <strong>Liang Cao analizza come </strong>anche il linguaggio utilizzato <strong>nella</strong> <strong>pornografia gay interrazziale</strong> <strong>produca e rafforzi ideologie razziali, sessualizzate e disumanizzanti.</strong> L’attenzione non è rivolta agli atti sessuali in sé, ma alle etichette linguistiche, ai titoli, ai dialoghi e alle categorie razziali che strutturano l’immaginario pornografico. <strong>Le espressioni “Black Pole” e “Asian Hole” non sono innocue né puramente descrittive: sessualizzano il corpo</strong> razzializzato riducendolo a funzione (penetrante vs ricettiva), e lo inseriscono in una gerarchia erotica che riproduce rapporti di potere storici e coloniali. Il linguaggio pornografico naturalizza stereotipi razziali (iper-mascolinità nera/passività asiatica). La razza viene dunque resa leggibile come fonte di eccitazione e perversione sessuale (fetish) attraverso ruoli sessuali rigidi.</p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Il porno funziona come dispositivo cultural</strong>e, non solo come intrattenimento: <strong>educa il desiderio e ne delimita i confini</strong>. Anche nel contesto gay, spesso pensato come “trasgressivo”, operano logiche normative e razzializzanti. Come spiegava Pierre Bourdieu nel 1988 in “La parola e il Potere, Linguaggio e potere simbolico”, <strong>il linguaggio esprime ed esercita un enorme potere, che è simbolico di strutturazione della realtà</strong>. Le parole mettono in scena le questioni sociali e in ultima istanza le legittimano. L’autorità simbolica assieme al riconoscimento sociale è la chiave della sua valenza simbolica.<strong> Quello che accade nella pornografia tramite il linguaggio è proprio la costruzione di una realtà sessista e razzista che è legittimata dalle parole stesse che in altre realtà verrebbero condannate.</strong></p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>La violenza simbolica qui non viene meno alla violenza fisica, ma agiscono simultaneamente per giustificare una forma di dominio </strong>che non viene percepita come forma di violenza, in quanto interiorizzata, anche da chi la subisce (almeno all’apparenza). La pornografia trasforma la violenza simbolica in desiderio.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il porno non può essere considerato un mero spazio di rappresentazione sessuale, né tantomeno un terreno di fantasie private innocue. <strong>Come mostra chiaramente Jennifer C. Nash</strong>, giurista e studiosa di razza, genere e sessualità, <strong>la pornografia è un dispositivo culturale profondamente intrecciato alle storie della dominazione razziale e sessuale</strong>. Nel suo saggio, Nash analizza come le immagini pornografiche non si limitino a riflettere desideri individuali, ma contribuiscano attivamente alla produzione e alla normalizzazione di fantasie, rese collettive, in cui il corpo razzializzato è plasmato come disponibile, consumabile e gerarchicamente inferiore. In questo senso, l<strong>a pornografia funziona come una tecnologia simbolica che sessualizza il razzismo, rendendolo invisibile proprio nel momento in cui lo rende desiderabile.</strong></p>



<p class="has-medium-font-size"><strong>Essere contro la pornografia</strong>, allora, non <strong>significa</strong> adottare una posizione moralistica, ma <strong>riconoscere</strong> <strong>il suo ruolo strutturale nel mantenere un potere simbolico in cui violenza, disuguaglianza e supremazia</strong> — <strong>di genere e di razza</strong> — <strong>vengono tradotte in intrattenimento</strong>. È qui che la critica diventa necessaria: non per censurare il desiderio, ma per smascherare chi rende queste dinamiche di potere legittime e rende il dominio desiderabile. <strong>I fantasmi della storia &#8211; schiavitù, colonialismo, supremazia bianca &#8211; sopravvivono tramite la loro sessualizzazione.</strong> È in questa sessualizzazione del passato che il potere trova una delle sue forme più efficaci di continuità e smette di apparire come forma di oppressione presentandosi come scelta, fantasia, intrattenimento.</p>
</div></div>



<h3 class="wp-block-heading">Fonti</h3>
</div></div>



<p>Pierre Bourdieu,&nbsp;<em>La parola e il potere. L’economia degli scambi linguistici</em>, Roma–Bari, Laterza, 1988.</p>



<p>Liang Cao, “‘Black Pole’ and ‘Asian Hole’: Language Ideologies in Interracial Gay Porn”, in&nbsp;<em>Journal of Homosexuality</em>, vol. 70, n. 8, 2023, pp. 1632–1652.</p>



<p>Gail Dines,&nbsp;<em>Pornland. Come il porno si è impossessato della nostra sessualità</em>, traduzione italiana di Ilaria Maccaroni e Giulia Poletti, Roma, Round Robin Editrice, 2023.</p>



<p>Jennifer C. Nash,&nbsp;<em>The Black Body in Ecstasy: Reading Race, Reading Pornography</em>, Durham–London, Duke University Press, 2014.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Gli orrori del Big Porn – Perché gli apologeti della pornografia hanno torto</title>
		<link>https://www.resistereallaculturadelporno.resistenzafemminista.it/2019/12/17/gli-orrori-del-big-porn-perche-gli-apologeti-della-pornografia-hanno-torto/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 17 Dec 2019 16:54:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pornografia]]></category>
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		<category><![CDATA[razzismo pornografia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Traduzione dall&#8217;inglese di Chiara C. e Giulia C. versione originale: Julie Bindel 01/10/2019 https://spectator.us/horror-big-porn/ Una volta c’era la lobby delle grandi multinazionali del tabacco. Ora abbiamo quella della pornografia. Ai nostri giorni l’industria pornografica&#46;&#46;&#46;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.resistereallaculturadelporno.resistenzafemminista.it/2019/12/17/gli-orrori-del-big-porn-perche-gli-apologeti-della-pornografia-hanno-torto/" data-wpel-link="internal">Gli orrori del Big Porn – Perché gli apologeti della pornografia hanno torto</a> proviene da <a href="https://www.resistereallaculturadelporno.resistenzafemminista.it" data-wpel-link="internal">Resistere alla Cultura del Porno</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Traduzione dall&#8217;inglese di Chiara C. e Giulia C.</p>



<p>versione originale: <a href="https://spectator.us/author/juliebindel/" data-wpel-link="external" target="_blank" rel="external noopener noreferrer">Julie Bindel</a> 01/10/2019 <a href="https://spectator.us/horror-big-porn/" data-wpel-link="external" target="_blank" rel="external noopener noreferrer">https://spectator.us/horror-big-porn/</a></p>



<figure class="wp-block-image"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="820" height="550" src="https://www.resistereallaculturadelporno.resistenzafemminista.it/wp-content/uploads/2020/01/Big-Porn-820x550.jpg" alt="" class="wp-image-106" srcset="https://www.resistereallaculturadelporno.resistenzafemminista.it/wp-content/uploads/2020/01/Big-Porn-820x550.jpg 820w, https://www.resistereallaculturadelporno.resistenzafemminista.it/wp-content/uploads/2020/01/Big-Porn-820x550-300x201.jpg 300w, https://www.resistereallaculturadelporno.resistenzafemminista.it/wp-content/uploads/2020/01/Big-Porn-820x550-768x515.jpg 768w" sizes="(max-width: 820px) 100vw, 820px" /></figure>



<p>Una volta c’era la lobby delle grandi multinazionali del tabacco. Ora abbiamo quella della pornografia. Ai nostri giorni l’industria pornografica possiede un grande <em>potere dolce</em> culturale — proprio come le grandi del tabacco nel passato. Chi si ricorda del film<em> Larry Flynt – Oltre lo scandalo</em>, in cui il multimiliardario a capo dell’impero mediatico che gira attorno alla rivista <em>Hustler</em>&nbsp;viene dipinto come un eroe che si batte per la libertà d’espressione? È un topos che vediamo ripetersi ancora e ancora nei film di Hollywood. Nella maggioranza dei casi, per l’intrattenimento mainstream sono solo i bigotti e i guastafeste a non amare il porno. </p>



<p>Un tempo attraverso la loro propaganda i grandi del tabacco spacciavano le sigarette come un prodotto glamour. Hanno convinto tante persone che il fumo potesse curare il raffreddore o la gola infiammata. Oggi, siamo spinti a credere che le pornostar siano cool, che recitare nei film porno sia <em>empowering</em>, e che masturbarsi guardando questi film sia un modo perfettamente salutare di esprimere se stessi. Ma è davvero così? Sostenere questa industria gigantesca è davvero qualcosa di progressista o “pro-sesso”? E combatterla vuole davvero dire essere sessuofobi, “anti-sesso”? L’idea dominante tra gli apologeti di quest’industria è che i pornografi non sarebbero dei capitalisti approfittatori, ma dei liberatori della sessualità che si impegnano a spezzarne le catene religiose e politiche.</p>



<p>Sono bugie. Ecco alcune verità: come il tabacco, la
pornografia causa dipendenza. Rovina delle vite. Non causa cancro o disturbi
cardiaci, ma sfrutta le persone e danneggia le relazioni molto più di quanto faccia
il tabacco. Queste verità vengono messe a tacere perché alcuni gruppi di
persone guadagnano enormi somme di denaro grazie a questa industria nociva. L’idea
che la pornografia sia <em>empowering</em> è
diffusa, ma romanticizza una realtà molto diversa. Prendiamo Chloe, per esempio.
Ho incontrato Chloe nel 2017, durante le mie ricerche per il mio libro
sull’industria del sesso. Allora aveva 22 anni, faceva spogliarelli in un “club
privato” e sognava di diventare una “star” del porno. Recentemente ho
contattato di nuovo Chloe. Aveva lavorato sul set di tre film porno. “Il primo
non è stato tanto brutto,” mi ha detto. “Certo non sono stata io a decidere di
fare quella gang bang con tre uomini. È stato umiliante e spiacevole, ma
pagavano bene e mi ero convinta che ne valesse la pena.” </p>



<p>“Il secondo e il terzo film sono stati
terribili.” ha aggiunto. “Li hanno girati subito uno dietro l’altro, e il sesso
è stato molto doloroso per me. Mi hanno soffocata e ho dovuto fare sesso orale
e anale contemporaneamente. Mi avevano detto che mi avrebbero pagato 6000$, ma
si sono presi un sacco di soldi per l’assicurazione, per il test per l’HIV,
persino per i vestiti che ho dovuto indossare. È stato orribile.” Per otto
giorni di lavoro, ha guadagnato 2000$.</p>



<p>L’industria del porno produce moltissimi soldi. Si calcola che gli incassi annuali dell’industria pornografica globale siano pari a 90 bilioni di dollari (per inserire questa cifra nel suo contesto, basta metterla a confronto con i 10 bilioni di dollari incassati da Hollywood ogni anno). Solo uno dei maggiori siti porno del 2016 è stato visitato 23 bilioni di volte — in quel sito vengono visti ogni anno più di 5,200 secoli di porno.</p>



<p>Gli attori porno più famosi diventano ricchi, così come i produttori e i proprietari dei siti web. Ma la stragrande maggioranza di chi lavora in quest’industria no. Le donne (dato che la maggioranza delle performer sono donne) non ricevono nessuna percentuale sui guadagni. L’aspra competizione per i click spinge il costo del loro lavoro sempre più in basso, e le costringe a svolgere atti sempre più estremi e fisicamente pericolosi per un’audience sempre più esigente. Un uomo che lavora a stretto contatto con quest’industria mi ha detto: “Alle donne non piace. Devono prendere un sacco di antidolorifici. È ovvio che lo fanno solo per i soldi.”</p>



<p>Gail Dines, sociologa ed <a href="http://culturereframed.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener external" aria-label="esperta (apre in una nuova scheda)" data-wpel-link="external">esperta</a> del business della pornografia, afferma che gran parte dei contenuti dei siti porno gratuiti siano solo dei <em>teaser</em> che servono a catturare l’attenzione degli utenti per “monetizzare” questi video gratuiti tramite le pubblicità e spostando il consumatore verso altri siti a pagamento. Invece di distruggere l’industria del porno, il porno gratuito allarga la base dei consumatori del porno a pagamento. “Il porno gratuito è paragonabile all’industria del tabacco che offre gratuitamente delle sigarette ai giovani, favorendone lo sviluppo della dipendenza da tabacco e senza rischiare di subire accuse penali,” continua Dines. </p>



<p>Il porno è una forma di schiavitù. È anche più razzista di quanto la maggioranza delle persone pensino. Una delle serie di video porno più vendute è intitolata “Oh No! C’è un Negro in Mia [Figlia/Moglie/Sorella]”. “Quale sitcom potrebbe chiamarsi “Oh No! C’è un Negro nel mio Quartiere?”’ chiede Dines. “Al porno è concesso di dare spazio ad un grado di razzismo che non sarebbe tollerato in nessun altro genere mediatico.” </p>



<p>Io stessa ho avuto modo di vedere con i miei occhi il razzismo di questa industria quando ho partecipato alla premiazione annuale XBIZ Awards che si è tenuta a Los Angeles nel 2015. Mentre gli attori porno facevano la loro passerella sul red carpet— era stato loro ordinato di mostrare quanto più possibile del loro corpo per i fotografi— ho parlato con un paio di produttori. Mi hanno raccontato che avevano prodotto un porno “gang bang nero con bianca”, spiegando come il genere fosse estremamente popolare. Gli ho chiesto se, dato che loro stessi erano afroamericani, non ritenessero che questo genere desse adito allo stereotipo razzista per cui gli uomini di colore sono stupratori di donne bianche. Hanno riso. “Vende,” mi ha detto uno di loro. “Finché c’è qualcuno che lo compra, noi continuiamo a farlo.”</p>



<p>Quello che mi ha colpita di più degli&nbsp;<a href="https://www.spectator.co.uk/2017/12/why-is-america-so-inhibited-about-sex-toys/" data-wpel-link="external" target="_blank" rel="external noopener noreferrer">XBIZ</a>&nbsp;Awards non è stata la mancanza di vergogna da parte di chi commercia e trae profitto dall’industria del porno. È stato il loro orgoglio. I pornografi fanno soldi attraverso l’abuso, ma si sono impossessati del linguaggio della libertà e della giustizia sociale. Un produttore si è vantato con me della natura progressista e innovativa del suo porno gay interraziale. Molti porno che fanno parte di questo genere mostrano giovani ragazzi asiatici mentre vengono dominati da uomini bianchi. Mi ha spiegato che nei suoi video qualche volta sono i ragazzi asiatici — le “troie”, per usare la terminologia del settore — a svolgere il ruolo dominante. Sembrava non rendersi conto di come le sue parole suonassero incredibilmente ironiche.</p>



<p>Il cosiddetto “porno etico” è approdato sui nostri schermi un paio di decenni fa. Ho sentito usare termini ridicoli come ‘art-core’ o “vero sesso” per descrivere quello che non è altro che il porno a basso costo di produzioni indipendenti dalla dubbia etichetta “commercio equo”. Come i papponi e i proprietari di bordelli che parlano di “giusta paga”, dei diritti delle lavoratrici e di migliori condizioni di lavoro, i pornografi etici affermano di fare le cose in maniera diversa dai pezzi grossi dell’industria.</p>



<p>Ho chiesto ai cosiddetti pornografi “etici” cos’è che fanno di così diverso dagli altri. I loro attori, mi hanno detto, sono sottoposti a test per scongiurare la diffusione di malattie veneree, oltre che a dei controlli ufficiali che confermino le loro età anagrafiche. Gli concedono di scegliere che tipo di sesso fare, e gli chiedono se sono “contenti di come stanno andando le cose durante le riprese”. Ho sentito la stessa cosa uscire dalla bocca dei pornografi mainstream migliaia di volte, tutti loro insistono che l’età degli attori è certificata e che nessuno li obbliga a fare quello che non vogliono fare. Non credo neanche a loro.</p>



<p>Gli autori del “porno etico” ritengono che qualsiasi tipo di fantasia violenta sia una parte integrante della tua identità sessuale, e che tu abbia diritto di esplorarla. Nell’industria, l’unica differenza tra il porno “etico” e quello hardcore e mainstream sta nel fatto che queste ultime sono a pagamento. La versione “etica” è il volto ripulito e accettabile dell’industria, ma in realtà funge da maschera e da “prodotto civetta” per un commercio basato sullo sfruttamento. In poco tempo verrà completamente incorporato nel filone mainstream, contribuendo a indirizzare più consumatori verso rappresentazioni brutali di violenza e sottomissione sessuale. </p>



<p>Molte persone traggono dei profitti dalla
loro difesa del porno. Jerry
Barnett è l’autore di&nbsp;<em>Porn Panic!: Sex and Censorship in the UK</em>. Si
descrive come un “attivista contro la censura”. È anche un ex dirigente di anywhere.xxx,
noto come il “red-light district di internet”, quindi sa di cosa sta parlando.</p>



<p>Gli ho chiesto di parlarmi del cosiddetto
porno “femminista”. Per Barnett, è un “trend interessante nel marketing della
pornografia. Guardare porno di produzioni che si definiscono femministe e/o
etiche è un modo per prendere le distanze da (quelle che per loro sono) le
parti più disgustose dell’industria”. </p>



<p>La maggioranza della pornografia non prova nemmeno ad essere etica o femminista. È rivoltante, e chiunque non abbia una mente del tutto contorta lo sa. Le ricerche mostrano che la maggioranza degli uomini ha avuto modo di guardare della pornografia, eppure c’è un risentimento maschile crescente da parte loro. Robert Jensen, accademico e autore di&nbsp;<em>Getting Off: Pornography and the End of Masculinity</em>, ritiene che, a prescindere da come una singola donna si senta guardando o producendo pornografia, l’industria non sia comunque interessata all’<em>empowering</em> femminile. “Il predominio maschile è la vera essenza della pornografia, ed è inasprito dall’incessante ricerca di profitto della società capitalista. I produttori devono ’innovarsi’ se vogliono preservare i loro profitti, e per farlo devono offrire contenuti sempre più estremi”.</p>



<p>È difficile dire cosa sia possibile fare in termini di politiche governative per contrastare l’industria del porno senza intaccare la libertà d’espressione e di parola. Ma forse potremmo abbandonare ogni pretesa che questa industria sia solo un ramo come un altro nel settore dell’intrattenimento, qualcosa di cui tutti abbiamo il diritto di usufruire, se vogliamo. Tom Farr, fiduciario per il Centre to End All Sexual Exploitation, è uno dei rari uomini che si battono contro la normalizzazione del porno. “L’industria mercifica letteralmente la nostra sessualità, la trasforma in qualcosa che può esserci venduto,” dice Farr, “e che poi contribuisce a formare i nostri atteggiamenti nei confronti delle donne nel mondo reale.”</p>



<p>“Il porno, come tutte le maggiori industrie mondiali, interagisce con banche, carte di credito, media mainstream e varie piattaforme social,” dice l’esperta del business della pornografia Gail Dines. “Ognuna di queste aziende ha un interesse economico nella continuazione e crescita dell’industria pornografica.” Sono soltanto povere ragazze come Chloe ad essere completamente distrutte.</p>
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